7 Aprile 2026

IN 5 MINUTI. Conversazione con Alice Molta, coordinatrice di Impronta Etica

Prosegue la nostra rubrica #In5Minuti, uno spazio dedicato al confronto con figure di rilievo del nostro Paese per discutere insieme di competitività e delle sfide poste dal presente.

Cambiamenti climatici sempre più evidenti, nuove dinamiche sociali e un contesto economico in continua evoluzione: in questo scenario si inserisce la riflessione di Alice Molta, coordinatrice di Impronta Etica, sul tema della sostenibilità, dimensione non più derogabile del fare impresa.

Com’è cambiato il significato di “sostenibilità” nel tempo?

“Sostenibilità” è un termine adesso molto utilizzato, a volte anche inflazionato, ma ha radici profonde. Già negli anni ’70 si parlava di sostenibilità, soprattutto in una dimensione etica e sistemica. Alcuni imprenditori avevano intuito il proprio ruolo nella società e il loro impatto sulle persone e sulle comunità. In quella fase, però, la sostenibilità era qualcosa di accessorio: un insieme di azioni “buone”, importanti ma non integrate nel business. La vera svolta arriva quando alla sostenibilità viene riconosciuta una valenza strategica e competitiva. Da quel momento smette di essere un “di più” e diventa parte integrante delle decisioni aziendali.

Oggi la sostenibilità è più un’opportunità o un obbligo?

È entrambe le cose. Da un lato rappresenta un obbligo, perché è un ambito sempre più regolato. Negli ultimi anni la Commissione Europea è intervenuta per dare maggiore ordine a un mercato frammentato e per accompagnare anche le organizzazioni più restie ad affrontare questi temi. Dall’altro lato è una grande opportunità: aiuta le imprese a leggere in modo più chiaro un contesto sempre più complesso e ad anticipare rischi e cambiamenti. Pensiamo, ad esempio, agli impatti del cambiamento climatico o alle questioni sociali sempre più centrali – dalla povertà alle disuguaglianze, fino ai temi di diversità e inclusione. Un’azienda attenta a queste dinamiche è più preparata a costruire risposte solide e durature, in sintonia con le esigenze di territori e comunità.

Quindi sì, è un vincolo. Ma è anche – e soprattutto – una leva di sviluppo.

Si parla spesso di impegni ESG, verso l’ambiente, le persone e con un’opportuna gestione. Da dove dovrebbe partire un’azienda?

Parliamo di tre pilastri irrinunciabili, ma la governance dovrebbe venire prima di tutto. Noi diciamo spesso che la “G” di ESG è scritta alla fine, ma dovrebbe essere la prima lettera. È la dimensione che rende possibili le altre due. Senza una governance chiara e strutturata, è molto difficile costruire progetti efficaci.

Esiste un modello di governance sostenibile valido per tutte le imprese?

Ogni organizzazione è diversa: per settore, dimensione, cultura e persone. Quindi no, non esiste un modello unico, però possiamo individuare alcuni fattori trasversali importanti per ogni realtà. Li sintetizzo in tre parole: forma, coinvolgimento e competenze.

Partiamo dalla prima: cosa significa “dare forma” alla sostenibilità?

Significa strutturarla. È necessario definire ruoli, responsabilità, competenze e processi. Negli ultimi anni abbiamo visto nascere sempre più funzioni dedicate alla sostenibilità: è un segnale positivo, ma non sufficiente. Serve un sistema più ampio: comitati, deleghe, coinvolgimento dei vertici aziendali. Mi piace usare l’immagine dell’“alveare”: la sostenibilità non può stare in un unico ufficio, deve essere distribuita e interconnessa in tutta l’organizzazione.

Il coinvolgimento degli stakeholder è davvero così centrale?

Sì, perché la sostenibilità esprime il suo pieno potenziale solo quando è partecipata. Questo significa dialogare sia con gli stakeholder interni sia con quelli esterni. Non è un passaggio semplice: bisogna identificare gli interlocutori giusti, scegliere gli strumenti adeguati e gestire interessi anche contrastanti. La vera sfida è integrare questi interessi nelle decisioni aziendali, senza limitarli a un esercizio formale. Quando questo accade, si passa da una governance tradizionale a una governance multistakeholder.

E sul fronte delle competenze, cosa manca oggi alle organizzazioni?

Non solo ne servono di più, ma devono essere diffuse in tutta l’organizzazione, non concentrate in una sola funzione. Parliamo di due tipi di competenze: conoscenze e capacità. Per quanto riguarda le prime, la sostenibilità è diventata molto tecnica. Bisogna quindi conoscere normative, standard di rendicontazione, strumenti di misurazione degli impatti e gestione dei rischi. La seconda invece si riferisce alla necessità di saper dialogare, comunicare, mediare interessi diversi e avere una visione integrata e di lungo periodo.

È questo mix che fa la differenza.

Dopo 25 anni di lavoro di Impronta Etica su questi temi, quale dovrebbe essere secondo voi la direzione di un’organizzazione sostenibile?

Non esiste un’unica risposta. La sostenibilità è prima di tutto un modo di assumersi responsabilità. È un modo per guardare contemporaneamente al futuro dell’organizzazione e a quello della società. Oggi questi due aspetti sono inseparabili: non può esistere un’impresa di successo in un contesto che non lo è.

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