Marco Grazioli sul podio relatori
11 Marzo 2026

IN 5 MINUTI. Conversazione con Marco Grazioli, presidente di The European House - Ambrosetti

Crisi internazionali in continuo divenire di fronte a un blocco europeo che fatica a trovare risoluzioni unitarie; opportunità e minacce dell’intelligenza artificiale; cambiamenti demografici che stanno ridisegnando la società e l’economia: questo è il contesto in cui le imprese e la distribuzione si trovano a operare. Ne abbiamo parlato con Marco Grazioli, presidente di The European House – Ambrosetti, per il primo contributo dell’edizione 2026 della rubrica #In5Minuti: uno spazio di confronto con protagonisti autorevoli del panorama italiano, ospitato su www.dit-distribuzioneitaliana.coop, per analizzare cosa può fare la differenza oggi per un’azienda e in particolar modo nell’ambito della GDO.

“Non è il tempo di dormire, è il tempo di decidere” ha affermato il Presidente Mattarella. Perché secondo lei?

Perché non siamo dentro un normale ciclo economico. Siamo dentro un cambiamento d’epoca in cui dobbiamo avere il coraggio di buttare via ciò che non serve più e iniziare a fare cose nuove. Le parole del Presidente della Repubblica sono molto chiare: non possiamo più rimandare. E quando afferma “Non ci piacciono le nuove Compagnie delle Indie” il riferimento è ai grandi gruppi globali – americani e cinesi – che controllano tecnologia e dati, cioè i nuovi fattori della produzione. Dall'altra parte dell'oceano c'è chi sostiene che l'Europa abbia già perso la partita dell'innovazione e ci consiglia di arrenderci. Forse sul campo tecnologico puro può essere vero, ma la nostra partita possiamo ancora giocarla.

Qual è la situazione dell’Europa e dell’Italia in questo scenario?

L’Europa è in una fase complessa. La Germania, che per noi è un partner fondamentale, affronta una ripresa lenta. La Francia vive tensioni sociali rilevanti. L’Italia viene percepita leggermente meglio rispetto al passato, ma soprattutto perché altri stanno facendo più fatica. Le nostre previsioni di crescita restano modeste, attorno allo 0,5–0,6%. Inoltre, dobbiamo essere consapevoli dei divari crescenti nel nostro Paese. Quando aumentano le disuguaglianze, non c’è mai nulla di buono né sul piano economico né su quello sociale.

Però io sono tifoso dell’Europa, perché qui abbiamo costruito qualcosa di unico: un equilibrio tra benessere economico e libertà individuale che non è così diffuso nel mondo.

Come stanno cambiando i modelli organizzativi?

Negli ultimi cento anni abbiamo concepito l’organizzazione in tre modi. Il primo è la Macchina: un insieme di pezzi intercambiabili, processi standardizzati, benchmark; è un modello efficace nei contesti stabili e ripetitivi. Il secondo è l’Organismo: un modello anni '60 dove il "cervello" (la strategia) coordina tutto; questo approccio cerca un equilibrio e una coerenza che, in un mondo turbolento, non abbiamo il tempo di costruire. Il terzo è il Movimento: l’organizzazione è sempre in moto; si sistemano le falle mentre si cavalcano le onde. Non c’è un prima e un dopo. È il modello più adatto a una trama in continua evoluzione.

Quanto contano le persone in questo scenario?

Contano più di tutto. Già cento anni fa si era capito un principio fondamentale: le persone che producono risultati in modo continuativo sono persone contente. La scontentezza può generare picchi, ma non continuità. E poi c’è il tema della fiducia. Le organizzazioni basate sulla fiducia reciproca battono nel lungo periodo quelle fondate esclusivamente sui contratti. Certo, fidarsi significa anche correre qualche rischio. Ma senza fiducia non si costruisce nulla di duraturo.

Lei ha detto che la prestazione è Competenza Tecnica moltiplicato per Motivazione. Dove dobbiamo investire?

Se devo scegliere, investo sulle competenze. Un gruppo molto motivato ma senza competenze può fare danni enormi. La motivazione è fondamentale, ma senza sapere tecnico non produce valore. La competitività si fonda su tre pilastri: capitale intellettuale, capitale sociale e investimenti. Sul capitale sociale siamo forti: le nostre relazioni sono un punto distintivo di alto valore. Sul capitale intellettuale siamo più deboli: in Europa siamo al 26° posto su 27 per competenze di base, seguiti solo dalla Romania. Molte imprese investono ancora troppo poco in formazione e senza un salto culturale su questo tema, sarà difficile competere.

L’intelligenza artificiale è una minaccia o un’opportunità?

Io sono ottimista. A breve avremo sistemi capaci di analizzare enormi quantità di dati e testi a costi bassissimi. Avremo un potenziale conoscitivo straordinario a disposizione. Qualcuno proverà certamente a manipolarci, ma non possiamo fermare l’onda. Possiamo solo decidere se restare sulla riva o imparare a cavalcarla. Un altro nodo importante è la demografia. Nei prossimi decenni avremo meno giovani e questo significa che dovremo aumentare il valore di ciò che produciamo. Per le aziende vuol dire anche che per ogni entry level ci saranno molti senior e la sfida sarà mettere i giovani nelle condizioni di crescere, facendo loro capire perché sia bello lavorare in un’organizzazione e rispondendo così alla loro esigenza primaria: la felicità.

Quali sono le tre competenze decisive per il domani?

La prima è “pascolare gatti”: non dobbiamo guidare pecore disciplinate, ma persone autonome, indipendenti, creative. L’innovazione nasce dall’indipendenza. La seconda è sciogliere nodi: individuare blocchi, semplificare, chiarire, decidere. È una competenza manageriale cruciale. La terza è il “piattino dei segreti”: ispirandomi ai Pink Floyd, invito le organizzazioni a condividere i saperi nascosti, quelle competenze che spesso non emergono nei convegni, ma che fanno davvero la differenza.

Per concludere, cosa deve fare oggi un’organizzazione per affrontare lo scenario che le si presenta?

Deve scegliere. Scegliere di investire sulle competenze, di costruire fiducia, di sviluppare modelli dinamici. E soprattutto, deve ricordarsi che siamo animali sociali che scambiano informazioni con le “3 G”: Generosità, Gioia e Gioco. Se queste tre dimensioni mancano, significa che qualcosa non sta funzionando.

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